martedì 25 dicembre 2012

Natale a casa menestrello

Suonano alla porta. Mi alzo dalla scrivania e vado ad aprire – Ciao Davide! Auguri! – saluta mio cugino trafelato, come sempre ha corso dal cancello fino alla porta, come sempre non si ferma neanche e corre in cucina. Le sue gambe sono ancora corte e per quanto stia crescendo a vista d'occhio fare quel tragitto è come fare i cento metri piani. Non faccio in tempo a chiudere che arriva sua sorella, ancora più piccola, ma già determinata. Lei è diversa, più riflessiva e di certo vanitosa. Saluta anche lei, ma si ferma a farsi coccolare un po'.
Arrivano i genitori ci scambiamo gli auguri, io ancora con la bambina in braccio, loro diretti in cucina, dove il bambino di sei anni sta già facendo confusione come un'orda di barbari impazziti e a nulla valgono i richiami della madre e della zia – Cosa mi dici Lizzy? – chiedo attirando l'attenzione della bambina, mentre sapientemente mi rifugio nello studio, dove la confusione si attutisce grazie alle pareti di casa.
– Che fai? –
– Scrivo. – ammetto, chiudendo il documento con una mossa esperta, mia cugina ha una passione smodata per farmi gli scherzi mentre scrivo e mi ritrovo fin troppo spesso a correggere doppi spazi dappertutto. Lo schermo si riempie con l'immagine di sfondo. Non so come descriverla: è una città che si affaccia su un lago montano, alle cui spalle sta sorgendo un pianeta, i colori freddi si sposano bene con l'immagine di una downtown del ventunesimo secolo e danno ancora più risalto alla sua assurdità.
– Vuoi giocare a qualcosa? – domando. Non ho giochi per bambini, quei pochi che ci sono richiedono l'attenzione e le capacità che un bambino non può avere, eppure a mia cugina piace guardarne un paio o guardare la "palla blu che hai solo tu", non sa come usarla, ma ci si diverte ugualmente.
Nell'idillio tra mia cugina e la trackball si affaccia mio nonno, non ha la vista di una volta, ma si adatta e forse l'esperienza di tutta una vita lo spinge avanti meglio di quanto faccia con il resto dell'umanità, chiama la nipote e con passo stentato entra per salutarla e farle gli auguri – Ci vieni con nonno? –
La bambina non risponde, ma scendendo dalla sedia segue il vecchietto fuori. Sono cresciuto con quell'uomo e posso dire di ricordarlo sempre allo stesso modo, ma ricordo quando d'estate sedevamo sotto il pergolato della sua campagna e lui mi leggeva i fumetti – Ma tu li leggerai a nonno quando sarai grande? – mi chiedeva. Quando escono, annego nel documento che sto scrivendo il solito fugace ricordo di quando ero io a dargli la mano, ad andare con nonno.
Mia madre mi chiama interrompendo il mio lavoro: un dialogo importante che potrebbe risolvermi la storia intera se solo non fossi distratto. Per quanto negli anni io abbia imparato ad usare una sveglia, il mio nome detto da mia madre con la sua intonazione solita è più insistente e perentorio della sveglia, mi da una scarica di adrenalina tipica di una rissa e mi fa smettere di fare qualsiasi cosa. Impreco tra me e mi affaccio – Che c'è? – le regole in questa casa le detta lei, mi tiene a vivere sotto lo stesso tetto e il minimo che posso fare è rispettarle e rispettare lei, ma quando scrivo non deve darmi fastidio, lo sa e lo fa ugualmente, con più insistenza!
– Se ti chiamo ho bisogno di qualcosa, no? – lo dice in dialetto, io non saprei mai parlarlo, ma purtroppo lo capisco – Vai a prendere il vino e dai una mano ad apparecchiare la tavola. –
La tavola in casa è più o meno il luogo dove si lasciano le cose: c'è un libro di psicologia dell'infanzia, un portatile, le parole crociate, le carte per la scopa fatta alle 3 della notte passata, persino un barattolo di colori acrilici e un bambino che sta disegnando.
Tiro fuori il vino, bianco. Che altro? Ah, l'apribottiglie e la tovaglia, scaccio tutti e comincio il lavoro più lungo del giorno, apparecchiando – Allora siamo uno, due, tre... –
Prendo i piatti, le scodelle i piattini, oh altri piattini per l'antipasto. Impilo tutto e comincio a distribuire, poi i bicchieri, tovaglioli e le posate. Mi raccomando i coltelli girati tutti nella stessa posizione, il centro tavola deve essere al centro e soprattutto fermo mio cugino che in barba a tutti vorrebbe consumare in anticipo quelle belle tartine preparate poco prima, mentre colorava – Ti sei lavato le mani? –
Finiamo tutti inspiegabilmente in salotto, mia cugina sta osservando il presepio [Credevate che avessi preso il titolo a caso eh!] e mio nonno le spiega i vari componenti, con sfumature di biblica importanza per le papere del laghetto fatto con lo specchio di una trousse – Ti piace il presepio? –
– É bello! – commenta mia cugina con un sorrisetto – E questo cos'è? – chiede ancora, passando alle casette sulle montagne. Io lascio fare, il pranzo è quasi pronto e ci sarebbe tempo di tornare al dialogo, se non dovessi salvare il divano dall'irruente cugino che ha pensato bene di tuffarcisi sopra. Ci gioco un po', anche se è mio cugino potrei essergli padre e tanto basta per rendere il nostro rapporto diverso. Io sono quello troppo grande per poter giocare con la costruzione, che con il computer fa delle cose noiose, ma il solletico fa sempre il suo effetto e riesce a farlo stare buono per un po'.
Al grido di – Venite tutti è pronto. – la tavola si riempe con figure mitologiche che di solito non hanno nulla a che fare con essa, chiamati commensali. C'è mio padre che parla con mio zio di questa o quella faccenda, spesso politica, mio nonno che cerca il bicchiere, mia sorella che litiga con mia madre, i miei cugini che litigano con la loro. In tutto questo io sto più vicino alla via di fuga verso il corridoio, a metà tra la tavola e quel dialogo. Vedo i due mondi e so che non potrei far a meno di entrambi.

Buone feste da Menestrello Itinerante.

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