venerdì 15 giugno 2012

Etica e altri orpelli

Siamo ancora orfani dello Mencenate e pertanto io (che in questo periodo sono un po' in standby) continuo la pubblicazione del venerdì sulla stessa falsariga della settimana scorsa, privo di menestrellica favella. Speriamo solo che continui a rimanere in standby, perché nell'arco di una settimana la necessità di scrivere è passata da "Mi serve un editore!" a "Butto tutto quanto e nel tempo libero dormo quello che non ho dormito da tredici anni a questa parte", per poi tornare al punto di partenza.
Ordunque torniamo al titolo, che qui sul blog le righe sono fondamentali...
...oggi si parla dell'etica. Erik Nymas dice:
"L'etica è quella cosa completamente soggettiva che ti fa considerare giusto qualcosa di sbagliato per la persona che ti siede di fronte."
Erik è sicuramente uno dei miei personaggi meglio riusciti, ha tutto quello che si può chiedere a qualcuno nella sua posizione, ma come tutti i personaggi rispecchia un po' la suprficialità dell'episodio descritto, per cui mi preme approfondire (e di molto) questo aspetto che spesso interviene quando si va a valutare un manoscritto.

Dicevamo venerdì scorso della famosa pagina 13: mia madre ha detto che potevo risparmiarmelo, però mia madre malsopporta persino la classica e sempiterna scazzottata finale tra buono e cattivo nei film di azione (come del resto tutto il film d'azione), più o meno però la reazione a quello che succede da pagina 13 a pagina 15, in cui nulla viene detto e nulla viene mostrato, mi ha sorpreso nella maggioranza dei casi. Si parla ovviamente di sottintesi che non si sposano con l'etica di molte persone, ma che rischiano di far affondare tutta la storia che prosegue per il resto di pagina 15 e oltre per le 386 pagine di tutto il romanzo.
Quindi eccoci al vero punto del discorso: considerare l'etica è importante ai fini di trovarsi un editore disposto a pubblicare un esoridente? Può l'aspetto più tabù e insieme più abusato dell'umanità pregiudicare la pubblicazione? Tornando a quello che dice il mio personaggio, ci sono cose nel romanzo che per alcuni potrebbero sembrare grette e disdicevoli, ma che nell'insieme di tutti gli orpelli inseriti per colorare e rendere viva (e soprattutto umana) la storia, vanno a trasformare la stringa del "nome/personaggio" in qualcosa di vivo, autonomo, capace di infuriarsi e di gioire, oltre che di fare cose in grado di superare la normale considerazione etica di noialtri. Insomma creare quell'eterea quanto inarrivabile considerazione che si ha quando si legge di un personaggio vivo e in qualche modo reale: modestamente l'unico traguardo che m'interessa raggiungere quando imposto le mie stringhe/personaggio è far pensare al mio lettore "Erik farebbe questa cosa piuttosto che quest'altra", perché se l'intreccio di una storia è vivo e appassionante, anche i personaggi che la compongono devono esserlo.

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