sabato 12 maggio 2012

Ascoltare con gli occhi


Si torna a scrivere qualcosa di romanzabile. Soprattutto perché non ho altre scempiaggini da scrivere sulla Menestrellide, ma anche perché in due lunghissimi viaggi mi è capitata una cosa molto strana! Buona lettura.
Lo Mecenate

Mi ritrovo spesso a scrivere negli orari più disparati, con il mio lavoro capita spesso di avere una giornata da dodici ore e una da tre e mezzo, senza contare i continui spostamenti in cui mi mandano a sbattere in capo al mondo, tra infiniti viaggi in treno o aereo che mi portano via tempo prezioso per tutto. Così capita spesso che io arrivi in un posto in cui la notte equivale alle due del pomeriggio, in cui l’unica lingua comune è quella del denaro e magari un sorriso è considerabile alla stregua di un insulto. In quei miei viaggi cerco sempre di sedere dal lato del corridoio, aiuta a concentrarmi e mi da la possibilità di osservare il comportamento degli altri, caratteristica fondamentale di uno scrittore che basa il proprio lavoro sull’interazione distopica tra personaggi. Così sull’alta velocità, come tra le nuvole eccomi qui: silenzioso osservatore assordato dalla troppa musica nelle orecchie, guardo i volti e le espressioni, cogliendo tutto il nulla che hanno da mostrare gli altri uomini che mi viaggiano accanto. Le mie mani dovrebbero correre sulla tastiera ottica del mio pad, invece indugiano tutt’intorno, tamburellando sul tavolo, finendo nella mia bocca per far torturare le unghie ed evitando accuratamente il touch screen. La volontà di stendere con parole i miei pensieri prende lentamente il sopravvento, solo per ritrovarsi senza idee, all’atto pratico sembro un incerto cronico che non sa cosa scrivere; eppure un attimo prima le parole erano nella mia mente, ero intenzionato a scriverle e so per certo cosa scrivere sul foglio, ma il pensiero non costruisce le parole.
Mentre il viaggio prosegue mi ritrovo sempre più spesso a vagare tra la connessione internet offerta dalla compagnia e la pagina scritta a metà, mezza vuota e mezza piena insieme. Rileggo, correggo, riscrivo e ritorno alla fine del documento, sollevo lo sguardo e scrivo una frase. Torno a girovagare tra i volti dei miei compagni di viaggio. Sordo scorgo qualcuno che mi guarda. Gli angoli della mia bocca si piegano impercettibilmente all’insù, quelli del mio muto interlocutore fanno lo stesso, ma impunemente gli occhi gridano il contrario, abbassandosi per non essere disturbati oltre.
È solo quando l’onnipresente annuncio si fa sentire che le cose cambiano. L’annuncio lo si riesce ad ascoltare anche con la musica al massimo, lo si comprende dalle facce degli altri: il sollievo nega quella visione distopica delle persone che mi circondano, le quali per una sola volta in vita loro si trovano indissolubilmente d’accordo nel considerare l’arrivo una buona notizia. Allora io mi concentro sul pad, non mi serve neanche rileggere, correggere e riscrivere: le mie mani non si fermano e proprio negli ultimi cinque minuti di viaggio scrivo quello che in cinque ore non sono riuscito a capire.

P.S. Per tutti quelli che potrebbero aver perso la bussola dopo il cosiddetto outing del Menestrello... io sono Lo Mecenate: quello che ha fregato il cappello a Grande Puffo e si oscura il viso!



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