sabato 15 ottobre 2011

Impazzire...


Tutto arriva sempre alla fine, spesso non lo si avverte, ma è solamente una questione di tempo, prima o poi tutto finisce: ogni cosa diventa vecchia e appassisce. Quando però a sbiadire è qualcosa a cui teniamo, allora diventa tragico: ci tocca da vicino e se non ci sono lacrime e non c'è dolore, c'è solo quel terrificante vuoto interiore che non può essere colmato con nulla e che invece divora ogni altra cosa, cancellando una vita vissuta egregiamente e persino gli affetti. Si può impazzire a tal punto da perdere tutto perché si è perso una cosa sola?

Può sembrare assurdo ma non c'è momento più brutto nella vita che il giorno in cui si perde quel punto di riferimento, come se la funzione della coperta di Linus van Pelt venisse meno. Perdersi in quelle sensazioni può sembrare semplicemente assurdo finché non si prova sulla propria pelle ed a maggior ragione quel dolore e quel senso di vuoto sembrano più profondi, unici ed apparentemente non passano mai, eppure dall'esterno non si avvertono, anzi la gente non riesce neanche ad immaginare cosa vuol dire portarsi dietro questo fardello.

All'inizio non ci si rende neanche conto di quello che si può perdere, ci si lascia andare nell'errata convinzione che tutto sarà sempre com'è, anzi si tralasciano tantissimi aspetti che alla fine tornano a galla come prove di un delitto consumato nel tempo, di cui si è gli assassini indiscussi, condannati in via diretta dai propri sensi di colpa e dai rimorsi. E se... Nessun se ha mai evitato la fine, al massimo qualcuno è riuscito a posticipare quell'inevitabile fine, portando avanti un qualcosa di sterile e di terribilmente sbagliato che grida e si dimena per poter trovare finalmente quella conclusione, sperata o agognata che sia. Si può impazzire a tal punto da non voler accettare la fine?
L'esistenza dopo l'accettazione di questo fatto non può non trovare un senso, è nella nostra stessa natura razionalizzare, smembrare quelle sensazioni ed assimilarle, come la terra trasforma le foglie in humus per quello che verrà dopo.
Il mio personaggio è morto, ucciso dalla stessa trama che ho portato avanti da tanto tempo, esausto come una batteria troppo vecchia e inutile come un copione riciclato troppe volte. Si può impazzire per qualcuno che neanche esiste?

8 commenti:

  1. Menestrello non risponde a quesito dello Mecenate, invero pone a sua volta domanda: lo messere di cui si parla, lo morto, fu dunque stanco di campar o di esser campato nello modo e nello tempo indicato da vossignoria?
    Niuno rimane tale per lo eterno, mecenate dovrebbe chiedere a se stesso chi è perito, se lo personaggio o sua visione di personaggio!

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  2. Lerigo non fare il poeta con me!
    Tutti cambiamo, ma i personaggi, specie se fatti nel modo giusto, prendono quasi vita e spesso agiscono in un modo proprio, mandando avanti la storia perché così è e deve essere. Vedere la fine di uno di essi è veramente dura.

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  3. Dipende. C'è fine e fine.
    Secondo me una fine ci vuole.Le cose infinite non hanno senso.
    Ha ragione Lerigo. Certo che puoi soffrire per un personaggio, ma chiediti perché.
    Mi viene in mente Rankstrail di Silvana De Mari. Per me non è un personaggio di un libro, ma una persona in carne ed ossa. Ho letteralmente pianto (e non me ne vergogno) davanti alla sua fine. Ma è stata onorevole e aveva un senso.

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  4. Menestrello vede in "fine" parola a doppio taglio: essa infatti è morte, ma è ancor peggio cambiamento. Spessevolmente se non curati li passi di canto vagano a loro voglia, mutando persone e codesto mutamento non l'è che mutamento interiore.
    Addunque se mutamento è aborto, codesta è financo conclusiona, personaggio vale se conclusiona val la pena di esistere, allo contrario neanche principio val pena!

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  5. Ma allora più che di "valore della fine" stiamo parlando di "valore della storia". Ovvero di una storia che della cui ci si rende conto che non ha la potenzialità che avevamo creduto in un primo momento.
    A me capita spesso, per questo lascio sempre passare del tempo prima di riprendere in mano un racconto. A volte dopo qualche settimana mi rendo conto che uno scritto aveva un valore in un dato momento perché rispondeva a delle mie esigenze che poi si sono spente. Che certi personaggi non sono quello che mi aspettavo.

    Nel mio caso sono pochissimi, anzi quasi nulli gli scritti che superano il giudizio del tempo, come lo chiamo io.

    p.s. spessevolmente è meraviglioso!

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  6. Messere spiritato
    L'è entrambe cose! Menestrello assicura ciò: mai fu personaggio più breve di colui lo quale non s'immedesima. Codesto per dire, messere, acciò che ispesso lettore vede, l'è immedesima di suoi disii. Aqquando non v'è lettore cui non immagina suo eroe como se stesso?
    Mecenate (lo quale ancor piange e si dispera per dipartita) s'è per troppo immedesimato in suo creaturo, financo perder occhio dello importante!

    p.s. grazie!

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  7. Magari il mio commento è banale, ma ci provo. A volte le fini sono auspicabili. Altrimenti non ci sarebbe un viaggio tra i sentimenti, una meta da raggiungere, un punto d'inizio e uno di fine dove nel mezzo si trovano pensieri e azioni che fanno crescere, che danno motivo di riflessione, magari, che inducono a immedesimarsi. Quella fine diventa cambiamento. Qualcosa che anche se fa paura rende l'uomo un essere in divenire. Non so se riesco a spiegarmi...
    Poi, più terra terra, l'autore mette sempre un po' di se stesso nei suoi personaggi. I "buoni" quanto i "cattivi". I protagonisti quanto le comparse. Quindi è normale, io credo, che si soffra un po' per la fine (in qualunque modo la intendi) di uno di essi. E' una parte di noi che esaltiamo e poi lasciamo indietro. Più quella parte è importante, più si soffre per il suo abbandono.
    Ma anche l'abbandono è funzionale. Oh, se lo è!
    E mo' la pianto, che mi annoio da sola. ;D

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  8. Scusate se non rispondo mai ai commenti, non c'è veramente tempo per farlo e le trasferte di certo non aiutano.
    Sono contento di ricevere più commenti di Lerigo, ma il menestrello non me ne voglia: è più bravo di me!

    Quello che dice Deb è vero: si mette sempre qualcosa di noi nei personaggi, ma proprio per questo motivo l'abbandono è doloroso, come un pezzo di se che muore, ma che è sempre possibile far rivivere rileggendo.

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