mercoledì 6 luglio 2011

Jester

Non si tratta di una puntata di qualche altra storia, ma 50 righe indipendenti. Mettete nei commenti il mestiere della voce narrante, vediamo quanti indovinano.
Lerigo


La corte si fermò ad ammirare quel gioco di colori e di forme, meraviglia di uno spettacolo che appassionava da sempre i banchetti e le cortigiane, successo di una figura che spesso nessuno ricordava a palazzo, ma che tutti chiamavano ogni volta che c’era bisogno di stupire e di essere stupiti, malizia di giostra ed equilibrio mescolato con la baldanzosa superbia di un maestro d’arme; tutto imbrigliato in un costume nero e rosso, con un cappello ridicolo e la parlata buffa che poteva diventare voce narrante di migliaia di vite ed eventi. Il mio nome è semplice ed il mestiere è chiaro.
Il mio signore rideva sempre alla mia battuta sui domini altrui, la mia signora amava i miei trucchi e le poesie d’amor lontano e tutti, compresa la più umile delle sguattere sapevano che io potevo essere il mediatore più influente al banchetto più ricco. La vita che conducevo, per quanto potesse essere ricca di buona cucina e di soddisfazioni non era altro che povera di sentimenti e scarna di qualsiasi serietà: una maschera fin troppo cupa per chiunque non desiderasse passare per il più folle del regno ed io non ero affatto tra questi. La mia storia iniziò con un semplice gioco di prestigio: cambiai il valore di una borsa di monete con quella di una sacca di polvere e comprai una spada con la quale pensavo di migliorare le mie abilità di ballerino, ma nessun cavaliere amava giostrare con qualcuno venuto dalla strada e presto la spada divenne strumento di risa e poi birillo e poi…
…poi venne il buffo cappello, la parlata incapace e le movenze da ubriaco, tra le risa dei cortigiani e qualche pianto, lacrime di chi non aveva ben afferrato mia arte e diletto della mia maschera tanto cara al signore. La mia fama era leggenda e la mia giostra impeccabile, ma non sempre i miei spettatori ridevano: c’erano le volte che rimanevano anche senza fiato, quelle si che erano le volte migliori. Venne il giorno in cui la signora divenne madre, fu giorno lieto per il castello e le danze cessarono, solo per riprendere più vorticanti di prima in un’infinità di variazioni di rosso e nero, di birilli danzanti che vorticavano sulle teste degli incauti.
Senza molta sorpresa il principe seguiva sempre le mie dimostrazioni, fissando il mio lavoro come uno studente fissa il suo insegnate e ben presto fu chiara l’abilità del giovane nell’arte e nel maneggiare attrezzi di quella giostra tanto preziosa per la corte quanto necessaria per allietare la vita, troppo dura con chiunque, ma in quella curiosità io trovai la vera volontà e contro ogni consiglio proseguii il mio lavoro d’insegnante, tramandando al ragazzo i trucchi e le mosse, segreti di un lavoro tanto gratificante da allietare qualsiasi situazione e tanto prezioso da tenere saldo un regno. Il signore diventò furioso, mi mise in competizione con miei simili in modo da tenermi occupato, dal canto mio uscii sempre vincitore, anche se molto spesso il rosso del mio costume divenne più cupo e le mie forze vacillarono, ma come tutte le volte tornai a danzare in quella giostra, soluzione sobria e divertente, oltre che elegante e senza troppe pretese.
La mia vita correva rapida e per molti ero alla fine delle mie danze, troppo vecchio e troppo stanco per far parlare di me i cortigiani e creare meraviglia nel signore, c’era pur sempre la mia favella ed in quell’arte non avevo rivali: riuscivo quasi a tirar di scherma con battute e commenti, come mia natura chiedeva e come molti facevano, ma ahimè il vento non è mai fermo e cambia persino le cose più immobili…
…di quella mia vita mi ritrovai un cielo cupo ed un letto scomodo, ma più di tutti il cielo tagliato da pilastri di ferro e roccia e nessun modo di allietare la mia vita, nessuno in grado di ascoltare mia favella e nessuna signora a cui parlare delle gesta lontane, solo con un cappello buffo ed una maschera straziante.
Fu solo una notte, quando altri chiesero i miei servigi, che io tornai a danzare e nella giostra non cercai l’estro, ne volli dimostrare le mie qualità, ma con rapide mosse e semplici giochi vinsi una nuova possibilità di dimostrare il mio valore, oltre che il riscatto per un pagamento mai avvenuto.
Il principe fu il mio primo spettatore, lui che da bambino aveva tanto apprezzato mie storie e miei racconti, che aveva imparato il modo di maneggiare persino i miei birilli, rimase in silenzio quando il mio spettacolo venne al termine, a lui lasciai il mio buffo copricapo, come ricordo di quanto poteva essere stato. Poi venne il signore, con la corona ben salda in testa e la pazienza di mille neonati, lo feci ridere con una battuta sul suo regno, ma non sprecai oltre mia favella, proprio per lui a cui interessavano i giochi di equilibrio dimostrai quanto ancora sapevo dare e quanto avrei dato ad altri.
Infine venne la signora, forse un tempo il più bel fiore del regno, ma troppo civetta per comprendere appieno il mio mestiere ed appena capace di distinguere la mia giostra da quella di altri, non sprecai altro tempo dandole quello che aveva sempre domandato saziandola con storie di fiabe, lasciandola poi con le mani strette in preghiera, in un silenzio simile a quello del suo prezioso pargolo.
Quando lo spettacolo fu concluso era ormai l’alba e molti ancora festeggiavano per le strade, tutti sapevano del mio spettacolo a corte e tutti correvano ad ammirare, perché io ero ancora il migliore di tutti i miei compagni, capace di stupire con la mia arte quanto di danzare tutta una notte.
Il mio mestiere è semplice ed il suo nome è chiaro.

9 commenti:

  1. la spada divenne strumento di risa? meglio "oggetto"; poi la frase: lacrime di chi non aveva ben afferrato la mia arte e diletto della mia maschera tanto cara al signore... io metterei: lacrime di chi non aveva ben afferrato l'arte e il diletto della mia maschera tanto cara al signore. poi il periodo da "senza" a "regno" è un pò troppo lungo e diventa contorto io lo proverei a rivedere!

    RispondiElimina
  2. dimenticavo secondo me il mestiere è il giullare!

    RispondiElimina
  3. sbagliato mio caro anonimo!

    strumento è strumento, oggetto vuol dire altro ed in quel contesto la spada è uno strumento in quanto necessario a :D

    RispondiElimina
  4. particolare!!! mi è piaciuto più degli altri!!quando il prossimo!?

    RispondiElimina
  5. Naah...
    Qualcosa di più gretto e cattivo, Jester non fu persona da poco!

    RispondiElimina
  6. bel racconto... a me il mestiere sembra quello del fuochista di fuochi d'artificio :)

    RispondiElimina
  7. Messere Karmico, lo menestrello vostro l'è felicitato di trovare vossignoria in codesto loco, ma tant'è vostra risposta l'è sbagliata...
    ...devo dire che rileggendola dopo tanto tempo può trarre in inganno, ma un consiglio il menestrello lo da a tutti:
    Ricomporre gli eventi della storia aiuta non poco.

    RispondiElimina