giovedì 21 luglio 2011

Al mattino...

Queste 50 righe rappresentano una scommessa: raccontare un personaggio senza spiegarne il carattere, ma descrivendone solamente i sentimenti e gli stati d'animo, a voi lettori la scelta di quale stato d'animo rappresenta la donna di questa storia. E magari datele anche un nome.
Lerigo

Nel sole di primo mattino si risvegliò, era stata una notte agitata, incubi di luoghi lontani l'avevano svegliata più di qualche volta nella notte gelida della sua casa, vuota come il suo cuore, abbandonato dagli affetti di una vita che pian piano andavano sbiadendo in ricordi sempre più lontani.
Si mise a sedere sul letto pensando a cosa avrebbe fatto in una giornata di sole come quella, ancora troppo fredda per considerarsi primaverile ma molto più luminosa di una debole ed opaca giornata invernale. Alzandosi aprì le tende per osservarsi meglio riflessa nel vetro della sua camera da letto: i folti capelli castani le scendevano disordinatamente sulle spalle, come a testimoniare la sua poca cura dei particolari, gli occhi ancora assonnati, rivelavano a chi li fissava attentamente la sua indole pacifica. Erano il suo vanto, verdi con qualche riflesso marrone nell'iride. Storse la bocca ancora imbrattata di rossetto del giorno prima, era finita al letto dopo una giornata da dimenticare: il suo capo le aveva annunciato che la società stava chiudendo, lasciando lei e molti altri in mezzo ad una strada. Indugiò ancora sul vetro della finestra togliendosi i resti del rossetto dalle labbra con il dorso della mano. Di colpo si rese conto che doveva sbrigarsi: era tardi e non sarebbe arrivata per tempo sul posto di lavoro.
Andò nel piccolo angolo cottura che aveva a disposizione. Indossava ancora i vestiti del giorno prima e non si curò di toglierseli. Quando era tornata a casa la sera, si era ubriacata ed in quello stato non aveva fatto alcun caso ai suoi indumenti, l'alcol aveva cancellato la sensazione di malessere che l’animava almeno per un po’, ma dopo quella notte lo stordimento degli alcolici l’aveva lasciava vuota come prima, con l’aggiunta di un'emicrania che le impediva di pensare correttamente. Incominciò a piangere mentre sorseggiava il caffè, preparato da qualche giorno e lasciato dentro la caffettiera. Si sfogò, mentre le dita affusolate asciugavano le lacrime sulle sue guance, creando solchi umidi nel trucco stravolto.
Le campane della chiesa suonarono le sette del mattino, ricordandole quella fretta che l’aveva spinta ad arrivare in quel punto della casa. Mandò giù il caffè scottandosi la gola e quel dolore svegliò la ragione: la quale suggerì che non c'era più l’urgenza di arrivare in ufficio e che entro la fine del mese tutti i dipendenti sarebbero andati a fare compagnia alle decine che già erano stati licenziati. Atterrita si mise a sedere sullo sgabello che usava per mangiare quando era sola, facendo roteare il bicchiere ormai vuoto tra le mani e cercando di rimettere ordine tra i suoi pensieri. Doveva trovare un lavoro nuovo: senza un reddito sufficiente non poteva permettersi di vivere da sola, ma soprattutto c’erano le bollette da pagare e benché non avesse stipendi arretrati, il suo conto in banca era in rosso.
Si stropicciò gli occhi ancora gonfi di sonno, odiava la mattina dopo una sbronza: tutto aveva un sapore orribile ed un odore nauseabondo, per non parlare poi dei vestiti intrisi del puzzo di alcol. Conosceva altri che erano passati per quella lunga strada, l'alcolismo era pericoloso e non si sarebbe mai aspettata di finirci dentro, ma c'era cascata come tutti coloro che affogavano i dispiaceri della vita in un bicchiere pieno di liquido ambrato. Bevve un altro bicchiere di caffè riponendolo poi nella lavastoviglie insieme alla caffettiera ormai vuota. Una parte di lei si disse che era inutile sprecare il proprio tempo a compiangere quella situazione, ormai le decisioni erano state prese ed era stato fatto tutto il possibile per evitare la bancarotta dell’azienda dove lavorava, ma per lei e per gli altri non c’era più alcuna speranza.
Si tolse di dosso i vestiti e cambiò la biancheria, mettendo tutto in lavatrice, probabilmente in un periodo così brutto per le imprese sarebbe stato duro trovare un altro posto di lavoro e quello l’avrebbe costretta a cambiare casa: non poteva più permettersi di vivere in quel quartiere. Senza soldi anche quell’appartamento così piccolo era qualcosa d’inarrivabile che l’avrebbe forse costretta a tornare dai suoi genitori, schiacciata dal peso del fallimento. Pensando alle parole poco gentili che sua madre avrebbe avuto per lei, si ritrovò di nuovo nell'angolo cottura, in biancheria intima e senza la più pallida idea di cosa fare. Aveva passato intere settimane immaginando tutte le possibili cose che poteva fare se solo avesse avuto più tempo a disposizione, ma proprio ora che ne avrebbe avuto in abbondanza l'unica cosa che poteva fare era starsene in piedi davanti al ripiano di cottura, seminuda e senza uno scopo. Altre lacrime le solcarono il viso, lei non le asciugò, lasciando che scorressero sulle guance per poi caderle addosso – Cosa dovrei fare ora? – chiese all'aria, sedendosi per terra con la schiena appoggiata contro la superficie fredda della lavastoviglie. Un brivido le corse lungo la schiena quando le natiche toccarono il pavimento gelido e sporco, ma non vi fece molto caso: non era importane come i suoi problemi attuali, si abbandonò alla disperazione mentre un fiume di lacrime le scorrevano lungo le guance.

3 commenti:

  1. Ciao Lerigo,
    ho letto qua e là le tue righe... secondo il mio modesto parere, sono molto valide, complimenti. Buone impostazioni e ritmo, narrazione avvincente e quasi sempre un incipit accattivante. Alcuni dei tuoi stralci sarebbero perfetti per un romanzo! ;)
    Alla prossima,
    Deb.

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  2. beh secondo me è palesemente disperata sta porella!Comunque è un bel ritratto di una situazione...sembra di entrarci dentro!

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  3. Grazie dello parer oh fiera dalla folta criniera, invero disperazione fu mezzo e fine di vita non vissuta affatto!

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