mercoledì 8 giugno 2011

The Black City - Alley Slave

Aprì gli occhi, la stanza si era mossa ed un rumore aveva destato il suo sonno troppo leggero per essere considerato tale, si morse un labbro per impedire ad un lamento di uscire dalla sua bocca, i lividi erano una tortura quando ci si dormiva sopra, quella faccenda del cliente che non l’aveva neanche sfiorata la turbava abbastanza da non farla addormentare se non dopo molte ore, mentre quell’uomo russava rumorosamente e quando la paura aveva perso quella terribile partita che giocava da tanto tempo con la stanchezza, una stanchezza che sprofondava nelle ossa, fino all’anima e che nessuno sarebbe mai riuscito a toglierle da dosso, la figura si mosse nel buio e ruttò placidamente, poggiando rumorosamente un bicchiere su una superficie di plastica tipica delle cucine a basso prezzo, utili per una casa da single come quella, fredda e priva di ogni tipo di confort, si accovacciò a terra stringendo ancora di più la coperta che si era avvolta intorno al corpo, come uno scudo che non esitava a far passare il freddo ed il gelo, ma che in qualche strana prospettiva la teneva in caldo e le dava una certa serenità. Qualcosa che ben presto le sarebbe stato strappato di dosso dal suo protettore. Non importava, ora quella coperta era la cosa più bella che avesse ricevuto da qualcuno in tanto tempo di terrore e di tenebre, dove non c’era possibilità di fare un errore, dove non c’erano seconde occasioni e dove l’unica cosa che importava era quanto dannatamente si riusciva a rimanere attaccati alla pelle, anche se macchiata da lividi e imbrattata dalle perversioni dei clienti più depravati, un marchio che nessuno avrebbe avuto il coraggio di portare con se, ma che purtroppo qualcuno doveva, che lo volesse o meno.
– Cosa vuoi fare? – chiese rivolta al profilo dell’uomo.
L’altro si avvicinò e la fissò, persino nella buia notte illuminata solo da un’insegna al neon dietro le serrande si poteva vedere lo stordimento dell’alcol ancora vivido e follemente dominante, tanto da incutere paura, l’uomo espirò e l’alito sapeva pesantemente di vino di bassa qualità qualcosa di economico che vendevano anche nei market dell’angolo e che i barboni usavano per scaldarsi vomitando poi in quei sacchetti di cartone riciclato che puzzavano di immondizia – Voglio sapere chi sei! – gridò indietreggiando.
– Sono una battona! – rispose a tono alzandosi in piedi, sapeva che in quelle occasioni la povera malcapitata non usciva con le proprie gambe da un appartamento come quello e spesso insieme allo stupro arrivavano percosse e torture – Non è questo che volevi sentirmi dire? –
Era stata una brava ragazza in passato, aveva avuto i suoi sogni e persino degli amori, ma non erano serviti a risparmiarle quella condizione in cui era finita e dalla quale non riusciva a risollevarsi, sia per le percosse del suo protettore sia perché non aveva mai avuto una vera possibilità di liberarsi da quella spirale discendente, fino a quell’appartamento spoglio, davanti ad un ubriaco che l’avrebbe aggredita e forse uccisa, ma non c’era possibilità di sfuggire al destino, doveva andare avanti.
– Non mi hai risposto! – replicò l’uomo con rabbia – Chi diavolo sei? –
Era riuscita ad arrivare alla porta e distraendo l’attenzione del beone con la stessa coperta che lui le aveva dato ore prima si lanciò alla porta scendendo le scale come una furia, la paura le fece ignorare la storta ad una caviglia e le impedì di gemere di dolore e di terrore alla vista del suo protettore. Venne fatta salire su una vecchia carretta che poteva vantare almeno trent’anni e che si mise in modo con sputazzi e spruzzi di fumo dal tubo di scappamento, seccandole la gola e facendola tossire. Alla radio c’era una canzone sconosciuta cantata da una voce limpida e piacevole che le ricordò sua madre, del tutto fuori luogo in quel posto dimenticato da Dio e pieno di pazzi. La città era talmente cupa quella notte che non c’era nulla da vedere fuori dal finestrino, ma il terrore di non aver guadagnato che pochi spiccioli ed il dolore che cominciava a farsi sentire la costrinsero a chinare il capo sul suo corpo troppo giovane per quella vita da marciapiede, feccia della feccia e strumento di un essere che di umano aveva molto poco, persino in nottate come quella, quando il gelo penetrava nelle ossa ed impediva ai muscoli di muoversi. Venne lasciata su un altro marciapiede, un quartiere più cupo del precedente, un barbone dormiva dentro un cartone, accanto a lui una bottiglia ormai vuota era rotolata a terra sfuggendo dalla mano del senzatetto caduto nell’oblio del sonno o forse morto. Era strano quanto le fosse indifferente quella possibilità, la morte in quelle strade era qualcosa di liberatorio e persino quando stroncava le vite di più persone non faceva l’effetto che avrebbe fatto ad uno di quei clienti che la usavano ogni notte, strumento tra gli strumenti di quel gigantesco ingranaggio folle e senza senso che era quella città – Tu! Puttana! – chiamò una voce decisa e stralunata quanto quella del beone nell’appartamento.
– Cosa vuoi? Per divertirti servono 30 dollari. – commentò squadrandolo, era uno dei soliti gradassi in cerca di un qualcosa di facile dopo una notte in bianco, ma di certo era uno che avrebbe pagato, anche se la sua automobile non era tra le più alla moda era abbastanza costosa da attirare gli sguardi di occhi più brutti di quelli del suo protettore, meglio conosciuti come i migliori clienti delle prostitute. Salì in macchina – Per il servizio completo sono 70 bellezza. Senza guanto fanno 100 bigliettoni ed avrai in omaggio un consiglio! –
L’uomo rise – Vada per i 100 bigliettoni. Spara. –
Gli indicò un posto abbastanza sicuro, dove almeno non gli avrebbero rubato la macchina appena si fosse fermato, ma quello che fecero una volta spento il motore non fu tanto delicato, quando l’uomo finì di fare quello che doveva la spinse fuori dalla macchina con i vestiti ancora sbottonati, mise in moto e frugandole la borsa si riprese i soldi che aveva pagato lanciandole poi quella sacca logora gridò – Brava ragazza tornatene nel tuo buco ora! –
– Bastardo! – gridò in risposta sporgendosi nell’auto nel tentativo di riprendersi quello per cui aveva venduto il proprio corpo.
L’altro la colpì con uno schiaffo ben mirato prima di gridarle contro – Tu sei una puttana, quello è ciò che ti meriti ora filatela e torna a battere su un marciapiede! – l’automobile si allontanò, lasciandola con un livido in più sulla guancia, sola come la schiava da vicolo che era, impotente di fronte a quelle cose, impotente di fronte alle percosse che sarebbero arrivate dal suo protettore.

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