giovedì 21 aprile 2011

The Black City - Cold Wind

La notte sibilava nell'intenso freddo che il vento incessante alimentava, luci di grattaceli illuminavano una città ancora viva persino dopo che il sole era sparito sotto la linea dell'orizzonte, vetture di tutte le forme e colori sfrecciavano con agilità attraverso strade illuminate dalle insegne dei locali notturni, prostitute cercavano di attirare i clienti con grida e richiami. Fronde di alberi si muovevano al ritmo del vento che assaliva il calore corporeo degli uomini, creando un sussurro che si spargeva per tutto il centro e per i sobborghi, attraverso il labirinto di palazzi e grattaceli, dove piccole famiglie in angusti appartamenti cercavano di sconfiggere il freddo intenso con l'impianto di riscaldamento.
In quelle strade battute dal vento, dove per tutto il giorno centinaia di passanti si alternano in una marcia lunga chilometri, agenti di polizia vegliano sulla sicurezza della comunità, fermandosi di tanto in tanto ad un bar della zona per riscaldarsi con del caffè oppure cogliendo l’occasione di scambiare quattro chiacchiere con le prostitute, comprando e vendendo informazioni utili ad entrambe le parti. In quelle notti buie e gelide, in città simili si può trovare ogni sfaccettatura della società, barboni che cercano riparo dal freddo e ricchi uomini d'affari in cerca di divertimento a basso costo, tanto per ingrassare gli ingranaggi di quel circolo vizioso di sfruttamento e violenza, di facce imbrattate di trucco e di lividi fin troppo evidenti.
Quella notte ero troppo turbato per tornarmene al mio appartamento, al trentesimo piano del più putrido e fatiscente grattacielo della città, avevo sempre viaggiato ed i miei datori di lavoro pretendevano che io facessi parte dell'alta società, della grande ed imponente città che conta, invece di essere un povero squattrinato come tutti, ma quello era il luogo dove vivevo, di certo non poteva cambiare grazie al desiderio di qualcuno. Quella notte era la giusta punizione per il mio modo di essere, per aver buttato la mia vita nel progetto che stavo creando, lasciandomi dietro tutto il resto, cancellando la vita privata a cui un tempo tenevo tanto.
La giacca che indossavo non era più costosa dello zerbino che avevo davanti alla porta d'ingresso e manteneva il calore corporeo quanto un velo di carta, ma sapevo in cuor mio che nulla era gelido come quello che avevo dentro. Passai davanti al solito bar, luci invitanti e rumori familiari mi fecero entrare, mentre le facce di compagni di bevute si alternavano alla musica dolce e delicata di un complesso jazz, un locale tipico degli anni venti, o comunque tipico di quella zona, triste e povera come il cuore inaridito che mi pulsava il sangue nelle vene, gelido anche quello.
– Ragazzo! Come ti senti? – mi salutò il barista vedendomi arrancare verso il bancone, lui sapeva che io portavo molti soldi e molte bottiglie vuote, quando qualcosa non andava e da molto tempo nulla andava come speravo, dal mio lavoro alla mia famiglia, che si era trasferita di nuovo in Svezia, a causa della pazzia crescente di mia madre.
– Male, come al solito... per favore, portami una bottiglia! – dissi al barista senza rivolgergli lo sguardo, gli occhi mi facevano male, avevo lavorato davanti ad un monitor fino ad un'ora prima, ma non avevo ottenuto molti risultati. Bevvi, cercando di dimenticare il passato, il presente e tutte le conseguenze delle mie azioni nel futuro, ma come al solito l'alcool mi faceva tornare alla mente ricordi passati, le azzurre acque di un lago dimenticato e le innevate vette del tetto del mondo, terribili nella loro solitaria beatitudine, di nuovo quello che restava della mia vita, misera in confronto con il resto dell’universo si abbatté contro quella considerazione. Silenzio. La notte con la sua gelida morsa, mi abbracciò di nuovo appena uscito dal locale, l'alcool non aveva avuto l'effetto desiderato ed il vento gelido che soffiava tra i grattacieli mi fece riprendere completamente coscienza di me stesso.
– Ehi, bellezza vuoi divertirti? – domandò una ragazza appoggiata ad un palo, la pelle candida era piena di lividi ma la squillo riusciva a nascondere bene la cosa, con mosse calcolate, cercando di attirare l'attenzione del cliente sulla merce in vendita e non sulle percosse ricevute.
– Non credo che possa interessarmi una come te, cercati un altro cliente! – commentai scansandola, mentre camminavo senza fermarmi.
– Aspetta! – Mi disse afferrandomi per un braccio. Potei sentirne la pelle gelida, anche attraverso la giacca, quel tocco mi entrò nelle ossa, facendomi rabbrividire, la ragazza era attraente e quella sua voce mi feriva dentro, come un pugnale da cui sgorga il sangue, nero come la notte malata, infettata dalla luce biancastra dei lampioni.
La ignorai, sentendomi morire dentro, in tanti anni di solitudine ero diventato quasi insensibile, ma quella donna mi era entrata dentro l'anima, schiacciandola con la sua voce. – Aspetta! – ripeté la squillo afferrandomi per una spalla, mi voltai, il viso gelato ed il mento coperto dalla giacca si voltarono a guardarla e per la prima volta la fissai negli occhi: pozzi neri di terrore e paura, il cui gelo era più pungente del freddo intenso che paralizzava la città, la cui schiettezza era quasi sfacciata – Ti conosco? – chiesi quasi con rabbia, accecato da qualcosa di indefinibile.
Di colpo fui sicuro di conoscerla, era qualcosa che non avevo mai provato e abbastanza singolare da far dimenticare per un istante il freddo, la prostituta si strinse a me sussurrando – Voglio un posto caldo, farò tutto quello che vuoi per metà prezzo, ma toglimi da qui! –
Io la scansai stordito dall’alcol e con lo stesso tono chiarii – Non vado con le puttane. – ma qualcosa in me l’afferrò per un braccio e la trascinò in un appartamento lurido e puzzolente, era la mia casa o almeno così avrebbe dovuto essere ma non era granché come posto ed a malapena vi tornavo per dormirci, figurarsi per fare qualcosa di più con un letto ad una sola piazza. Pensai questo lasciandomi cadere sul materasso disfatto, dimenticando la prostituta e tutto il resto, stordito dall’alcol e dalla rabbia, oltre che dal freddo che ancora sentivo su di me, come una patina viscida troppo dura per essere strappata via – Grazie. – sentii dire dalla ragazza, poi tutto quanto scomparve nell’incoscienza del sonno.

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